Vita su altri pianeti: possibilità o utopia?

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Quanto un pianeta simile al nostro, e quindi favorevole alla vita, può essere diffuso nell’Universo? Con questo interrogativo Amedeo Balbi, astrofisico dell’Università di Roma Tor Vergata, ha aperto la conferenza di ieri al palazzo comunale di Frascati dal titolo Il pianeta Terra, l’unico pianeta abitabile che conosciamo: coincidenze e replicabilità. L’evento rientra nell’ambito della manifestazione Incontri di scienza 2017 – Alla ricerca di Gaia promossa dall’Associazione Tuscolana di Astronomia (ATA) per favorire la diffusione della cultura scientifica.

“Il cammino della scienza è stato un continuo allontanamento dalla pretesa che noi esseri umani potessimo essere speciali: circa quattro secoli fa abbiamo abbandonato l’idea di essere al centro fisico dell’Universo, di occupare quindi una posizione privilegiata; con l’affermarsi della teoria dell’evoluzione per selezione naturale abbiamo abbandonato invece l’idea di essere particolari come specie perché abbiamo capito che la specie umana è solo un rametto dell’albero della vita e che è imparentata con tutte le altre specie”, ha affermato l’esperto. “L’unico motivo per cui la Terra è ancora speciale è per il fatto di essere l’unico pianeta su cui è apparsa la vita. Quello che vogliamo capire è se le cose stanno veramente così o se esistono altri pianeti in grado di ospitare la vita”. La statistica in questo caso non può venirci in aiuto. “Da un solo dato, da una sola osservazione: noi esseri viventi siamo qui, non possiamo trarne alcuna conclusione, non possiamo fare discorsi probabilistici, l’unica cosa che possiamo fare è mettere il naso fuori e osservare. Se osservando troveremo altri pianeti uguali al nostro potremmo concludere che la loro frequenza non è bassa come a priori si potrebbe immaginare, se invece continuando a cercare non ne troveremo dovremmo arrivare alla conclusione che ci è andata bene: le cose improbabili accadono”, ha proseguito Balbi.

La vita è comparsa sulla Terra intorno a 4 miliardi di anni fa per poi evolversi lentamente: risale a 2 miliardi di anni fa la comparsa dei primi organismi fotosintetici che hanno arricchito di ossigeno l’atmosfera primordiale e a 500 milioni di anni fa l’esplosione della vita multicellulare. “Una cosa che sappiamo con certezza – ha spiegato Balbi – è che sono quattro gli ingredienti fondamentali su cui si basa la vita sul nostro pianeta: le molecole complesse del carbonio, una fonte di energia rappresentata dal Sole, l’acqua liquida e il tempo necessario per la sua evoluzione. Tra questi, l’ingrediente che sembra veramente peculiare del nostro pianeta è l’acqua liquida, il più raro da trovare. L’acqua liquida è alla base della definizione del concetto di zona abitabile, che ha a che fare con la distanza a cui si trova un pianeta dalla sua stella: se la distanza ricade all’interno di una certa fascia quel pianeta potrebbe avere una temperatura compatibile con la presenza di acqua liquida. La definizione, da prendere con cautela, è interessante perché ci permette di concentrare l’attenzione su dei candidati potenzialmente interessanti, è il primo criterio che possiamo adottare per andare alla ricerca di pianeti come la Terra”.

Nel nostro sistema solare ci sono ben tre pianeti nella zona di abitabilità: oltre alla Terra, Marte e Venere, eppure solo il nostro è abitabile, come mai? Venere ha un’atmosfera molto densa fatta principalmente di anidride carbonica, gas serra, e quindi una temperatura altissima intorno ai 400 gradi centigradi, oltre che una pressione atmosferica al suolo di 90 atmosfere. Marte invece ha il problema opposto: è un mondo molto freddo perché ha un’atmosfera composta principalmente di anidride carbonica però troppo poco densa, di conseguenza l’effetto serra non riesce a mitigare la temperatura. E’ chiaro quindi che ci sono altri fattori, uno fra tutti, l’atmosfera, che rendono le cose più complicate di quello che potremmo immaginare basandoci sulla sola fascia di abitabilità. “Si pensa che Venere fosse inizialmente un pianeta simile alla Terra con acqua liquida, ma che la temperatura più alta ne abbia provocato col tempo l’evaporazione”, ha aggiunto l’esperto. “Marte invece è diventato come è ora perché caratterizzato da una gravità superficiale molto bassa che ha determinato la perdita della sua atmosfera. Di acqua sul pianeta Marte ce n’era e ce n’è ancora, intrappolata nelle calotte e in atmosfera, ciò che manca è acqua liquida. Si comprende quindi che bastano condizioni iniziali leggermente diverse per far andare le cose in maniera catastrofica”.

La rassegna delle condizioni essenziali per la vita, verificatesi sulla Terra, non finisce qui. Secondo i sostenitori della rarità del “caso” Terra è fondamentale pure che si inneschi il ciclo dell’anidride carbonica responsabile della stabilizzazione della temperatura. Altrettanto importante, la presenza di un campo magnetico, dovuto sulla Terra alla presenza di un nucleo ferro – nichel, in grado di schermare i raggi cosmici e il vento solare, che rappresenti quindi una protezione non solo per gli organismi ma anche per l’atmosfera. Infine, anche l’interazione Terra – Luna sembra aver giocato un ruolo chiave stabilizzando l’asse terrestre.

“Ma l’idea che un pianeta per ospitare la vita debba essere necessariamente uguale al nostro è piuttosto restrittiva”, ha concluso Balbi. “Abbiamo scoperto tantissimi pianeti extrasolari con condizioni fisiche simili alla Terra e quindi potenzialmente abitabili. Quelli più interessanti sono: Proxima b, che orbita attorno a Proxima centauri, e il sistema di pianeti attorno a Trappist 1 a soli 40 anni luce da noi. Di questo sistema, il pianeta “e” risulta essere il candidato più promettente al ruolo di pianeta adatto alla vita. Va detto però che bisogna essere cauti perché la stella Trappist 1 è molto più attiva del Sole e questo è un problema per i pianeti che vi orbitano intorno. Non ci rimane che osservare e studiare questi pianeti”.

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